Verso gli otto anni papà e mamma sono riusciti a farsi una casa indipendente e così ho dovuto abbandonare il castello incantato della nonna per un appartamento in periferia.
Quello fu forse il primo vero cambiamento della mia vita, ora a distanza di
tempo mi rendo conto che il cambiare casa, cambiare scuola è stato
come lasciarsi dietro le spalle il sentiero dell'infanzia per entrare nella
strada che conduceva al mondo reale.
Tornavo spesso dalla nonna, irrompendo nel suo laboratorio per ritrovare le
mie fantasie, ma non era più la stessa cosa.
La sera ritornavo nella casa nuova dove mi aspettava una cameretta tutta per
me, ma non era più il lettino sistemato in un angolo del corridoio e
riparato da una tenda che avevo quando ero piccina.
Nel frattempo, a dare un senso e un volto al mio mondo fantastico ed a consolarmi
per la mancanza della nonna era successo che avevo imparato a leggere e così
negli interminabili pomeriggi in cui la mamma era a lavorare ed il papà
indaffarato nei suoi mille impegni ricreavo la mia isola seduta sul tavolo di
cucina e leggevo.
Leggevo di tutto. Ho avuto la fortuna di aver a portata di mano sempre tanti
libri ed io me li sono letti tutti, qualcuno con l'approvazione di mamma e
papà, molti di nascosto perché ritenuti inadatti ad una bimbetta
come me.
Leggevo i libri di lettura di mio padre che faceva il maestro elementare,
ma anche i libri di poesie di Pascoli o Carducci, ma soprattutto Leopardi.
Mi ricordo una vecchia raccolta di liriche leopardiane che io ho letto e riletto
e che mi prendevano col loro triste romanticismo che allora non sapevo che cosa fosse,
e a cui ho saputo dare un nome solo più tardi quando le stesse poesie me
le sono ritrovate come programma scolastico.
Mi piacevano anche i romanzi ottocenteschi; ricordo "I promessi sposi" in edizione
integrale, "Le mie prigioni" di Silvio Pellico, tutti libri che sono spesso odiati
dagli adolescenti obbligati a leggerli per dovere scolastico, ma che io avevo
imparato ad amare e che mi avevano fatto piangere sul tavolo della mia cucina.
Il regalo più bello che allora qualcuno potesse farmi era un libro e
grazie alle mie insistenze me ne hanno sempre regalati! Lo zio Amos, fratello
di mio papà aveva preso l'abitudine di regalarmene tanti dopo una mia
osservazione sul fatto che non doveva spendere molti soldi per un libro solo,
ma con la stessa cifra poteva comperarmene molti di più. Avevo scoperto
la BUR, piccoli volumi tascabili con la copertina marroncina, brutti da vedere
ma che costavano poco ed erano scritti fitti fitti.
Ce li ho ancora tutti quei libriccini che allora costavano dalle 70 lire fino ad
un massimo di 280 lire!
Le commedie di Goldoni, ed i drammi di Shakespeare, "Le ultime lettere di Jacopo
Ortis", Dickens e tanti altri che conservo gelosamente.
Ricordo bene il gusto con cui leggevo, spesso di nascosto, la sera a letto,
sotto le coperte e che mi è rimasto; ancora non riesco ad addormentarmi
se non leggo qualche pagina e quindi ho sempre una pila di libri sul comodino
da cui pesco le ultime parole prima di chiudere gli occhi al sonno.
Ricordo con sgomento quando, già grande, andai per la prima volta ospite a casa del mio fidanzato. Dovevo dormire a casa sua e notai che mancava la luce sul comodino, poi guardandomi intorno notai che in casa non c'era un libro, tranne i pochi testi scolastici. Ne fui sbalordita, ma tutto questo non bastò a mettermi sull'avviso.... Ma questa è una storia che racconterò dopo.
Mio papà da buon insegnante assecondava la mia abitudine alla lettura,
anche se non approvava tutto ciò che mi trovava in mano e che spesso si
stupiva di quello che leggevo.
Qualche pomeriggio papà aveva degli alunni a lezione privata ed allora mi
teneva li con lui ad assistere alle sue lezioni o semplicemente a fare i compiti
che dovevo fare per la scuola.
Sembra impossibile, ma io stavo volentieri a sentirlo, mi sembra di aver imparato
tanto di più da lui che dalle varie maestre che si sono succedute nel mio
iter scolastico; inoltre a scuola non andavo benissimo, probabilmente ero più
portata alle fantasticherie romantiche dei miei libri che alle cose pratiche
della scuola, per cui mi distraevo facilmente.
Mio papà era il più indulgente nei miei confronti, mia mamma invece
avrebbe voluto vedermi più con i piedi per terra e insisteva per insegnarmi
a fare le faccende domestiche, cosa che odiavo ed odio tuttora.
Ricordo bene le sue sfuriate quando tornava a casa la sera dopo il lavoro e
constatava che non avevo ancora lavato i piatti del mezzogiorno perché
mi ero persa tra le pagine di un libro!
Come la capisco ora, certo non doveva essere una vita facile la sua; otto ore
in ufficio e poi a casa a dover pensare alla famiglia. Papà invece
lavorava a scuola la mattina e poi aveva mille altri impegni, aveva cominciato
a collaborare con un giornale, si occupava di sport, faceva l'arbitro di calcio
e la domenica se ne partiva per andare ad arbitrare una partita, poi si occupava
anche di pallavolo che aveva cominciato a praticare quando era prigioniero in
America durante la guerra. In casa c'era pochissimo, ma per me era il più
fenomenale papà del mondo.
Ed io seguivo la mia strada, tra molti adulti e spesso in solitudine, anche il cambio di casa non aveva cambiato molto i miei rapporti con i miei coetanei, non avevo molti amici od amiche, e questo, lo dico col senno di poi, ha influito senz'altro sulla mia personalità. Gli unici bambini che frequentavo erano le compagne di scuola o le figlie di vicini di casa; i miei genitori non vedevano di buon occhio che io andassi a giocare in cortile o sulla strada e quindi le mie giornate erano spesso apparentemente solitarie, in realtà le trascorrevo con le mie fantasie.
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