| Storia dell'arte contemporanea Lezione 9 Trattare a la storia dell'arte dagli anni '50 in poi è abbastanza complicato perché nei libri di testo non è possibile trovare un riscontro esaustivo, la ragione è che è mancato il tempo sufficiente per studiarli, si tratta di situazioni che si stanno ancora completando. Tra la fine degli ani '30 e '40 il mondo è in guerra quindi ci sono questioni pratiche che impediscono lo svolgimento regolare delle attività artistiche ed espositive. La stessa Biennale di Venezia interrompe il proprio ciclo espositivo. Ciò non toglie che siano anni molto importanti per quello che riguarda gli sviluppi di quello che succederà in seguito. In Italia esisteva il gruppo
Corrente legato alla rivista omonima (vedi
link a fondo pagina) il cui direttore era Treccani e a cui partecipavano
artisti come Guttuso, Vedova, Birolli, Giacomo Manzù, Morlotti e molti altri. Manzù che già faceva parte parte di Corrente, alla fine anni 30, è impegnato da un punto di vista sociale. Nel 1939 realizza il David una scultura in cui l'eroe è ritratto in modo quasi dissacratorio. Ha proporzioni non tradizionali, ed è in una posizione accovacciata. E' un eroe ritratto come un antieroe. Il gruppo Corrente, proprio a causa del suo impegno politico, aveva avuto delle grandi difficoltà a realizzare le proprie esposizioni al punto tale che la loro Galleria, in via della Spiga, viene chiusa agli inizi degli anni '40. Gli artisti di Corrente avevano una grande ammirazione
per Picasso, autore di Guernica dipinto realizzato nel 1937 ed esposto
nello stesso anno all'Expo di Parigi perché univa la validità
dei contenuti sociali e politici alla modernità di linguaggio,
un cubismo sviluppato e diverso dal primo cubismo del 1907. Alcuni artisti faranno della politica la propria bandiera e quindi per loro arte significa impegno politico, coloro che invece non fanno della politica il proprio obiettivo principale non restano comunque neutrali e saranno contro l'utilizzo dell'arte come impegno sociale. Nel 1946 a Venezia si costituisce un gruppo di artisti che si proclamano "Nuova secessione artistica Italiana", ma poco dopo Guttuso lo ribattezza "Fronte nuovo delle arti" che considera il nome precedente troppo generico. Il gruppo deve avere più impegno politico e quindi in seguito a una serie di discussioni e dibattiti che si tengono nello studio di Guttuso a Roma si decide di dare al gruppo il nuovo nome. Questo sarà in assoluto uno dei principali gruppi
artistici italiani dell'immediato dopoguerra. La sua storia è
piuttosto breve, nasce nel 1946, si sviluppa nel 1948 e già nel
'49 comincia a dare i primi segni di rottura. E' un gruppo che non ha un manifesto o una precisa ideologia, che intende associarsi soprattutto per dare un carattere unitario alle forze nuove che in quel momento stanno emergendo. Forze nuove accumunate dall'impegno politico e sociale e attente all'arte internazionale contemporanea e alle avanguardie -vedi Picasso-. Nel momento però che si accostano i lavori di alcuni di loro ci si rende conto che sono opere molto diverse tra loro col solo denominatore comune di contrastare l'arte che era stata dominante fino a quel momento. Il desiderio è quello di separarsi dall'arte ufficiale così compromessa dal punto di vista politico. Il Fronte nuovo della arti si presenta ufficialmente alla Biennale di Venezia del 1948 e il critico che lo sostiene è Giuseppe Marchiori. La Biennale di Venezia del 1948 è
in assoluto, in tutta la
storia della Biennale, una delle più importanti, non solo
perché è la prina del dopoguerra ma soprattutto perché
è una manifestazione di respiro e di carattere internazionale.
Il fatto che gli artisti di Fronte Nuovo delle Arti partecipino alla Biennale, anche se un una collettiva, è un fatto importante. Nel 1947 si costituisce a Roma il gruppo Forma che a volte è indicato come Forma1. Il vero nome del gruppo è "Forma" ma si dice anche Forma1 perché il suo manifesto viene pubblicato sul primo e unico numero della rivista che il gruppo pubblica nel marzo del 1947. (vedi link a fondo pagina) Gli artisti che fanno parte di Forma sono: Carla Accardi, Ugo Attardi, Pietro Consagra, Piero Dorazio, Mino Guerrini, Achille Perilli, Antonio Sanfilippo, Giulio Turcato. Gli artisti del Gruppo forma avevano idee molto chiare
sul linguaggio che avrebbero voluto adottare. Nel manifesto una delle
loro prime dichiarazioni è: "Ci proclamiamo formalisti
e marxisti, convinti che i termini marxismo e formalismo non siano inconciliabili,[...]". Carla Accardi lavora con forti richiami al contesto internazionale, in una dimensione bidimensionale e in monocromia. Il fatto importante è che entrambe le correnti si costituiscono in Italia alla metà degli anni '40 in parallelo con quanto avviene nel resto d'Europa. Un esempio è quello francese. Giovani pittori della tradizione francese In Francia alla metà degli anni '40 si costituisce un gruppo dal nome "Giovani pittori della tradizione francese", artisti che hanno in comune col Fronte italiano il desiderio di confrontarsi con le avanguardie del passato e farne tesoro a vantaggio di un linguagio modero che parli di cose moderne. Questi artisti guardano anche loro ai cubisti e vogliono confrontarsi con Picasso nel quale individuano il campione assoluto della modernità. Val la pena di sottolineare che il dibattito a cui si è accennato in Francia e in Italia ha una vastità europea. Nel 1948 a Bologna nel Palazzo del Podestà si tiene una mostra nella quale sono esposte opere tanto del Fronte che di Forma e poiché sarà l'occasione di asprissime polemiche politiche si verifica una rottura. Da una parte gli artisti essenzialmete figuartivi che affermano che l'arte deve essere comprensibile a tutti e raccontare tematiche e problematiche sociali. L'arte come impegno politico. Dall'altra gli artisti che sostengono che si può essere ugualmente impegnati politicamente ma esprimersi con un'arte nuova con un linguaggio nuovo. L'arte deve progredire. Anche in tutto il resto d'Europa accadono cose molto simili,
l'Italia si è inserita da subito nel dibattito artistico europeo. Un accenno di ciò si era già avuto con le avanguardie storiche, infatti gli artisti informali sono coloro che hanno seguito i dadaiasti o i surrealisti. Gli artisti informali non costituiscono un gruppo, non hanno una dichiarazione di intenti, è una corrente, un atteggiamento che investe tutta la cultura europea del decennio. La definizione deriva dal critico Michel Tapies, studioso dell'arte, proprietario della Galleria Druen dove si espongono opere di artisti cosiddetti informali. Arte informale attraversa l'intera europa infatti ci sono artisti Francesi, italiani e anche tedeschi. La rappresentazione artistica per gli informali diventa
un fatto isolato, il quadro o la scultura sono realtà autonome,
viventi costituite di materia di segni, di gesti. L'artista diventa
un tramitetra la tela o lo spazio e la materia. Ecco perché quando
si parla di arte informale si parla di segno, gesto, immagine. Gran parte di questi artisti hanno una forte preparazione a carattere filosofico e il dibattito filosofico e letterario corre parallelo, ricordiamo Jean Paul Sartre e l'esistenzialismo. I protagonisti sono in Francia: Jean Fautrier
e Jean Dubuffet La provocazione è nell'arte stessa, effettivamente dopo la guerra l'arte prova, in modo diverso e per tante strade, a separarsi dalla realtà e ad impegnarsi a riflettere su sé stessa. In Giappone si costituisce un gruppo che si chiama Gutai a dimostrazione che si parla di ambiti internazionali, in Spagna l'autore principale e' Tapies che usa cemento, colore, materioli estranei alla pittura. In Italia ci sono molti artisti dell'arte informale,
tutti hanno avuto una formazione figurativa ed è importante sapere
che questi artisti hanno avuto una formazione del tutto tradizionale
quindi la nuova strada che intraprendono è una scelta consapevole
e molto ponderata. Lucio Fontana nasce in Argentina, in Italia ha una formazione accademica, le sue prime opere sono figurative e tradizionali. Emilio Vedova decide di realizzare una pittura di segni e di colore, nella quale si vengono a costruire delle composizioni di tela e colore. Per esempio si parla della serie dei multipli che avvierà negli anni '60 che sono dei piani di legno accatastati uno accanto all'altro in cui prima l'artista è intervenuto con un segno di colore. Vengono poi composti e diventano una realtà esistente. Giuseppe Capogrossi all'inizio degli anni '50 deciderà di fare una pittura di segni. Non si può dire che rientri nella pittura informale però è su una strada parallela. Quelli che sono definite le forchette che composte e ricomposte tra loro creano una superficie completamente piena di colori e segni. Il fenomeno è talmente internazionale che il parallelo
con gli Stati Uniti si fa fortissimo. L'America non è un centro culturale di primo piano, ma già vi si era costituito un gruppo Dada a New York. Poi tanti artisti dall'Europa vi emigrano a causa della guerra. Tra questi anche Arschile Gorky, di origine armena e Willem de Kooning, di origine olandese.La loro formazione è di tipo surrealista quindi un po' perché negli Stati Uniti c'era stata l'esperienza Dada e un po' per il lavoro di questi due autori, il germe surrealista trova un terreno fertile. Su questa base fortemente caricata di surrealismo alla fine degli anni'40 e primi anni '50 cominciano a lavorare alcuni artisti che saranno poi i protagonisti della Action Painting. Il più famoso è Jackson Pollock. Pollock proporrà un tipo di pittura che il critico Harold Rosenberg chiamerà Action Painting, una pittura in cui l'azione compiuta dall'artista ha valore assoluto. Pollock mette la tela in terra e vi fa gocciolare del colore che cade sulla tela un po' per caso e un po' per come l'artista ha voluto dirigere le gocce. Questa tecnica si chiama Dripping ed è una caratteristica fondamentale dell'Action Painting. L'artista agisce sulla tela e la vive, ci cammina sopra, ci sta in mezzo, diventa un tutt'uno con la tela. Quando prima si parlava di Arte Informale, di un artista che si fa tramite tra materia colore e tela, e di Action Painting, la differenza non è poi così forte, quello che accomuna questa sensibilità è che l'artista si fa da parte ed è l'arte che diventa sempre più protagonista dell'azione artistica. I titoli delle opere sono Composizione, Composizione 1, Colore, delle sigle, dei numeri e così via e fanno capire che non raccontano niente, guai a dire "io ci vedo." Lo spettatore non deve capire ma partecipare. Possiamo ricordare anche Mark Tobey che fa una pittura di piccoli segni che può sembrare quasi una scrittura. Quanto è casuale la goccia di Pollock tanto è raffinato il piccolo segno di Tobey che ha avuto una grande esperienza con la cultura orientale. Bisogna però ricordare che tutto questo non avrebbe
potuto avvenire senza il passato di impronta dadaista e surrealista. Contrapposti a Pollock troviamo
negli stessi anni due artisti Barnett Newman e Ad
Reinhardt che dipingono tele di un unico colore nelle quali
solo occasionalente possono essere colpite da un bordo o da un alinea
di colore contrastante. A questo gruppo si affianca l'astrattismo post
pittorico, un modo di definire quegli artisti che realizzano
una pittura più organizzata, più compatta, meno legata
all'istintività del gesto a vantaggio di una struttura più
composta. Ancora negli anni '50 si crea il gruppo New Dada. Si ristudia il dadaismo, si ristudia il surrealismo e si crea una pittura o una scultura chek, lontana, ma non troppo dall'Action Paintin,g realizza delle opere che vogliono tornare a provocare lo spettatore. Ciò avviene col lavoro di alcuni autori tornano a relaizzare delle immagini però completamente svuotate del loro significato. Jasper Johns per es. riproduce la bandiera americana, singolarmente, due volte o tre su sè stessa con la tecnica dell'encausto. Il suo intento però non è quello di celebrare l'America, di parlare del mito americano o della sua storia, ma di far capire come questa immagina sia diventata una icona al punto tale che diamo per scontato di che cosa si tratta. La bandiera è così radicata nelle mente che si può anche scomporre comporre o sovrapporre. Robert Rauschenberg alla metà
degli anni '50 realizza un'opera che si chiama Il letto. Alla maniera
dei dadaisti utilizza degli oggetti redy-made, quindi prende una coperta
e la dispone du una tela, la tela è diventata quasi un letto.
Questo letto poi nel momento in cui viene appeso alla parete che cosa
diventa? E' sempre un letto? No è un quadro che riproduce un
letto. Tutto questo comincia a far capire quale è il ruolo
dello spettatore nei confronti dell'arte e dell'immagine e getta le
basi per la futura Pop Art. Lo spettatore viene sollecitato a riflettere
su sé stesso, sulla società dei consumi. Gli artisti della Pop Art Andy Warhol, Roy Lichtenstein, Claes Oldenburg ci danno delle immagini. Siamo talmente abituati di fronte e certe immagini che tutto può diventare icona, il panino, Marilyn Monroe o l'incidente stradale. Lo spettatore è assente, la sensibilità forte nei confronti della società dei consumi nasce in questo periodo. Lo spettatore è addormentato Entra in crisi non solo il ruolo dell'artista e dell'arte ma anche il ruolo dello spettatore. La stessa cosa avviene in Francia col gruppo dei Nuovi
Realisti, Armand, Cesar e
Yves Klein protagonista assoluto e considerato il parallelo
Pop europeo. Anche a Roma c'è un gruppo, la cosiddetta scuola di Piazza del Popolo: Schifano, Angeli, Festa, Lo Savio. Anche loro fanno un percorso non tanto lontano e la stessa cosa si potrebbe dire col lavoro a Milano svolto da Manzoni. Data fondamentale per la Pop Art è il 1964 perché alla Biennale di Venezia viene esposto in modo clamoroso un gruppo di artisti Pop. E' un riconoscimento ufficiale del movimento che da quel momento diventa un vero movimento ufficiale.
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