Gustav Klimt

Fregio di Beethoven

Il Fregio, lungo 24 metri e sviluppato su tre pareti, dipinto con colori alle caseina su intonaco applicato a incannucciato con inserimento di pietre dure e madreperla, fu eseguito in occasione della XIX mostra della Secessione dedicata alla grande scultura in marno policromo di Max Klinger raffigurante l'apoteosi di Beethoven. L'intera manifestazione è concepita come celebrazione del grande compositore, intorno al quale in quegli anni viene a formarsi un vero e proprio culto, alimentato soprattutto dalla venerazione dei musicisti Franz Liszt e Richard Wagner. Nello stesso periodo in Francia Bourdelle crea la grande maschera di Beethoven e Romain Rolland scrive La vita di Beethoven. Klimt e i suoi compagni secessionisti vedono in questa figura l'incarnazione del genio nella sua opera d'esaltazione dell'amore e dell'abnegazione che possono redimere l'uomo.
La statua di Klinger conferisce al compositore la statura dell'eroe: nudo, il pugno serrato, lo sguardo sollevato, Beethoven rappresenta in pieno - come martire e salvatore dell'umanità - gli intenti dei secessionisti.
Josef Hoffmann progetta l'allestimento interno della mostra, impiegando cemento grezzo per rendere lo spazio più neutrale possibile. Questo spazio è destinato ad accogliere una sperimentazione quasi sinestetica in cui anche la musica è pienamente coinvolta. In occasione dell'inaugurazione viene infatti eseguito l'Inno alla Gioia diretto da Gustav Mahler, e il tema del Fregio klimtiano è una interpretazione della Nona Sinfonia di Beethoven. L'opera pittorica non è pensata per durare oltre la manifestazione, quindi Klimt dipinge direttamente sulla parete con materiali facilmente asportabili. Ciononostante essa si è fortunatamente conservata e dopo un lungo periodo in cui non è stata accessibile, nel 1986 fu nuovamente presentata al pubblico. Forse è il dipinto meno noto dell'artista e per questo circondato da un'aura quasi mitica.
Nel Fregio di Beethoven, con affascinante eclettismo Klimt fonde suggestioni diverse: dalla pittura vascolare greca e dalla pittura egiziana ricava la concezione della parete come fascia dove si allineano in sequenza figure ed eventi; dalle stampe giapponesi di Hokusai e Utamaro deriva il segno incisivo; la scultura africana, che a quel tempo aveva iniziato a collezionare, gli suggerisce le orride maschere che abitano il regno del male; micenee sono invece quelle spirali che si ripetono attorno alla figura dela Poesia; nelle figure si mescolano echi di Minne, Beardsley, Toorop, Hodler.

Il contenuto del Fregio è sinteticamente esposto nel catalogo della mostra:

  • Prima parete - L'anelito alla felicità - Le sofferenze della debole umanità - Le sue preghiere al forte cavaliere armato - Compassione ed Orgoglio come forze interiori che lo spingono a intraprendere la lotta per la felicità
  • Seconda parete - L'ostilità delle forze avverse - Il gigante Tifeo e le sue figlie, le tre Gorgoni - Malattia, Follia e Morte - Lussuria, Impudicizia ed Intemperanza - Dolore struggente - I desideri e gli aneliti dell'umanità volano via al disopra
  • Terza parete - L'anelito alla felicità si placa nella Poesia - Le Arti ci guidano nel regno ideale, dove soltanto possiamo trovare gioia, felicità, amore - Coro degli angeli del Paradiso
Nella letteratura klimtiana si sono evidenziate la concordanza tra il contenuto del Fregio e l'interpretazione wagneriana della Nona Sinfonia, e la sintonia con la teoria di Nietzsche del genio e delle sue sofferenze. Un suggeritore potrebbe essere stato lo stesso Mahler, di cui Klimt fu buon amico, e i cui lineamenti sembrano aver ispirato i tratti del Cavaliere, il protagonista maschile del Fregio. Del resto dal 1910 Klimt contribuisce a una pubblicazione in onore del musicista, edita a Monaco, inviando per la riproduzione proprio questa figura. A rafforzare la tesi wagneriana resta il fatto che in seguito Klimt abbia intitolata l'ultimo pannello del fregio con una citazione biblica, "Il mio regno non è di questo mondo", che ricorre proprio nel saggio di Wagner su Beethoven del 1846, a sottolineare la funzione liberatrice della musica in opposizione alla corruzione del mondo terreno.
Il Fregio contiene un ulteriore livello simbolico, perché Klimt vi interpreta la contrapposizione atemporale tra bene e male, e l'aspirazione al riscatto ideale attraverso l'arte, dal punto di vista del rapporto uomo-donna: nell'opera il momento della liberazione è identificato con il raggiungimento dell'estasi amorosa, e il regno ideale con l'abbraccio di una donna.
All'elemento maschile, il Cavaliere, corrisponde nella parete di fronte una figura femminile, la Poesia. Ripiegata su se stessa nell'attesa passiva, essa suona la lira, e alla "femminile" curvilinearità del suo strumento corrisponde la spigolosità "maschile" del Cavaliere corazzato, armato di spada. Per raggiungere la donna e congiungersi a lei, il Cavaliere dovrà compiere una sorta di viaggio agli Inferi, attraversare e sconfiggere le forze del male, e resistere alle tentazioni di sirene malvage e lascive. Se femminili sono le due figure propiziatrici, e femminile è la corrente fluttuante di corpi che lo guida per la via pericolosa che egli dovrà superare, femminile è anche l'universo malefico abitato dalle Gorgoni, parodia maligna del tema delle Tre Grazie, e dalle loro compagne impudiche o terrificanti. Su di esse regna il mostro Tifeo, ibrida bestia dalla testa di scimmia e dal corpo di drago, che rappresenta l'ottusità materialista contro cui il Cavaliere - personificazione dell'Artista - dovrà lottare per affermare il regno dell'arte, così come Teseo sconfigge il Minotauro nel primo manifesto della Secessione. Nella mitologia greca Tifeo è rivale di Atena, già incontrata nelle vesti di nume tutelare della nuova arte, e nasce dalla vendetta di Era contro Zeus. Sotto forma d'un mostro che abita nelle oscure cavità dei vulcani Tifeo è una delle personificazioni della dea Terra, dall'aspetto minaccioso, divoratore della primordiale divinità materna il cui culto risale alle origini della civiltà mediterranea.
L'impresa del Cavaliere-Artista, il suo ostacolato matrimonio con la Poesia, appare perciò ricca di plurimi significati, analoga a quella lotta col drago che è ricorrente nei miti e nelle leggende. Nella scena finale, in un giardino incantato punteggiato di piccole rose, moltiplicazione di simboli del sesso femminile, composte fanciulle cantano l'Inno alla Gioia. Sono le vestali di un universo femminile positivo per accedere al quale è necessario passare indenni attraverso il torbido universo gorgonico, che rimane dopotutto il focus visivo del Fregio.
Spogliato della sua corazza, il protagonista - visto di spalle - è immerso nell'abbraccio, figura d'eroe vittorioso ma anche di amante soggiogato: così l'immagine, che apparentemente celebra la liberazione e il trionfo dell'eroe sulle forze ostili, è anche l'immagine della sua resa al potere dell'Eros, è la vittoria dell'universo dei sensi sulla paura e sui diurni e razionali strumenti di difesa.
Coerentemente con la sua poetica, l'apoteosi dell'arte arabescata da Klimt sulle pareti del tempio secessionista non poteva che affermare ancora la coincidenza tra erotica ed estetica.
Nonostante la grande bellezza dell'opera, al Fregio viene opposto subito un fronte di rifiuto da parte della critica. Le figure rappresentate vengono considerate ripugnanti; soprattutto le tre Gorgoni, mentre le allegorie della Impudicizia, della Lussuria e dell'Incontinenza suscitano un'ondata d'indignazione pubblica perché Klimt ha voluto inserire nel dipinto evidenti riferimenti agli organi sessuali maschili e femminili, a sperma e ovuli. Ciò che attrae una minoranza, respinge la grande maggioranza e l'Esposizione si rivela un fallimento anche dal punto di vista finanziario.

Testo tratto da: Fregio di Beethoven - gustavklimt.cjb.net